Karen Blixen racconta una storia che le raccontavano da bambina. Un uomo, che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.
Il protagonista del racconto di Karen Blixen ha una fortuna non comune, poiché riesce, dopo la nottata trascorsa a risistemare gli argini dello stagno, a vedere dall’alto, con i propri occhi, la cicogna che egli stesso ha disegnato camminando e scivolando nel fango.
Partendo dal racconto di Blixen e dall’analisi che Hannah Arendt ha condotto sulla narratrice danese, Adriana Cavarero tratteggia in modo brillante una Filosofia della narrazione che concentra le proprie riflessioni sul se narrabile di ognuna e ognuno di noi attraverso un’analisi dei miti e delle grandi narrazioni condotta sotto una luce femminista.
Se in Vita Activa “Essere e apparire coincidono”, allora l’identità è necessariamente relazionale, poiché ha bisogno dell’altro per realizzarsi, esponendosi e agendo al suo cospetto. Per conoscere la mia identità, io ho bisogno che l’altro me la racconti, rivelandomene il disegno. Tale disegno risulta da un vissuto che non può essere progettato a priori: le nostre azioni, compiendosi nella pluralità e nella relazione con gli altri, hanno conseguenze imprevedibili, e pertanto è solo con uno sguardo retrospettivo che è possibile vedere la figura lasciata dal solco dei nostri passi. Si crea così una relazione speciale tra ciascun essere umano, la sua storia di vita e il narratore di questa, un legame alla base del quale c’è un “tenace rapporto di desiderio”, il desiderio di essere narrati. Come infatti Ulisse, ospite del re dei Feaci Alcinoo, si scioglie in pianto ascoltando il racconto delle proprie gesta dalla bocca del cieco aedo, riconoscendo dunque un’unità nell’insieme delle proprie esperienze, così ciascuno può riconoscere la propria unicità attraverso la propria storia narrata dagli altri. È dal racconto, infatti, che può emergere un disegno unitario, la cicogna di cui parla Karen Blixen ne La mia Africa e che Adriana Cavarero riprende nel volume:
Secondo Karen Blixen, la domanda “chi sono, io” sgorga infatti, prima o poi, dal moto di ogni cuore. Si tratta di una domanda che solo un essere unico può pronunciare sensatamente. La sua risposta, come sanno tutti i narratori, sta nella regola classica di raccontare una storia.
L’essere è unico non solo nel senso che è dotato di unicità, ed è dunque diverso da tutti gli altri, ma nel senso che è dotato di unità, ed è questa caratteristica che, come per Ulisse, risulta evidente grazie alla narrazione. Non è possibile vedere e riconoscere da soli tale unità: anche la memoria più efficiente non è in grado di accedere all’inizio dell’esistenza e il nostro autoritratto è inevitabilmente incompleto e insoddisfacente. È proprio dall’esigenza di sentirsi raccontare il proprio inizio che nasce in noi il desiderio di essere raccontati. Ed è la madre che può narrare tale inizio.
“È l’elemento musale dell’epica, in senso lato. Esso crea la rete che tutte le storie finiscono per formare fra loro. L’una si riallaccia all’altra, come si sono sempre compiaciuti di mostrare i grandi narratori, e in primo luogo gli orientali. In ognuno di essi vive una Sherazade, a cui, a ogni passo delle sue storie, viene in mente una storia nuova.”
Walter Benjamin
L’elemento femminile è dunque alla base dello storytelling. Se la ricerca dell’universale, del che cosa, ha caratterizzato e caratterizza la filosofia, che guarda all’essenza dell’Uomo sopprimendo l’unicità individuale, l’attitudine al particolare ha fatto sì che le donne, escluse a lungo dalla possibilità di essere soggetti in uno spazio collettivo e dunque di esprimere la propria unicità, sviluppassero una capacità di narrare eccellente, facendo del racconto delle storie di vita un’azione politica (nel senso arendtiano). Non è casuale, in effetti, che l’amicizia femminile consista in una continua narrazione, reciproca e non esclusiva.
Oltre al racconto omerico, Cavarero porta a esempio una costellazione di miti e storie (da Edipo a Sherazade, passando per Euridice ed Emilia) che arricchiscono la bibliografia, imperniata sui lavori di Hannah Arendt e, soprattutto, stimolano l’approfondimento dei temi trattati in modo ampio e suggestivo.
Tu che mi guardi, tu che mi racconti è un’opera luminosa e feconda che, grazie a un’argomentazione articolata ma sempre chiara nella scrittura, rende possibile accostarsi a una tra le voci più interessanti del pensiero contemporaneo.
L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da The birds of North America. Philadelphia, J.B. Lippincott & Co. [1860]