Sulla voce che narra Empusium

La visuale è offuscata dagli sbuffi della locomotiva a vapore che si srotolano sulla piattaforma. Per vedere tutto bisogna affacciarsi da sotto, lasciarsi accecare un istante dalla nebbia grigia fino a che lo sguardo che affiora da questo tentativo non diventi aguzzo, penetrante e onniveggente.
E allora scorgeremo le lastre della piattaforma, quadrati invasi da steli di gracili pianticelle, uno spazio che vuole a tutti i costi mantenere ordine e simmetria.

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Chi sono i nostri personaggi?

In Ricordi dal Sottosuolo, il narratore a un certo punto scrive così:

“Nei ricordi di qualsiasi uomo vi sono cose che egli non rivela a tutti, ma forse solo agli amici. Ve ne sono anche di quelle che egli non rivela neanche agli amici, ma forse soltanto a se stesso, e per giunta sotto il vincolo del segreto. E infine ci sono cose che l’uomo ha paura di svelare persino a se stesso; durante la sua vita ogni onest’uomo ha ammucchiato un po’ di cosette di questo genere; anzi, si può perfino dire questo: quanto più una persona è onesta, tanto più numerose sono in lei le cosette di questo genere.”

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Utopia climatica #2

«Quei babbei effeminati usano inchiostro e carta per creare personaggi viventi e respiranti e tridimensionali», proseguì. «Splendido! Come se questo pianeta già non stesse morendo perché abitato da tre miliardi di personaggi viventi e respiranti e tridimensionali!»

Così Kilgore Trout ritrae l’Accademia Americana di Arti e Lettere in Cronosisma di Kurt Vonnegut (Minimum Fax, 1997). Parto dalle sue parole per allacciarmi al post di La Linea Laterale (Lamentarsi per noi e la Terra) sulla necessità di immaginare quello che non c’è perché mi sembra siano la risposta perfetta alla domanda sollevata da Ghosh ne La Grande Cecità (Neri Pozza, 2017):

qual è il posto del non-umano nel romanzo moderno?

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