«Quei babbei effeminati usano inchiostro e carta per creare personaggi viventi e respiranti e tridimensionali», proseguì. «Splendido! Come se questo pianeta già non stesse morendo perché abitato da tre miliardi di personaggi viventi e respiranti e tridimensionali!»
Così Kilgore Trout ritrae l’Accademia Americana di Arti e Lettere in Cronosisma di Kurt Vonnegut (Minimum Fax, 1997). Parto dalle sue parole per allacciarmi al post di La Linea Laterale (Lamentarsi per noi e la Terra) sulla necessità di immaginare quello che non c’è perché mi sembra siano la risposta perfetta alla domanda sollevata da Ghosh ne La Grande Cecità (Neri Pozza, 2017):
qual è il posto del non-umano nel romanzo moderno?
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