Utopia climatica #1

Avviare delle politiche di giustizia climatica entro il 2030, ovvero entro i prossimi 11 anni: il tempo massimo per intervenire a limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1.5 gradi secondo il rapporto IPCC pubblicato a ottobre 2018. Questo è il piano che i democratici americani, con la spinta della giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez, hanno presentato al Congresso come Green New Deal: un piano ambizioso, che modificherebbe in maniera radicale il paradigma liberista e che pertanto è stato tacciato di ecosocialismo o ambientalismo rosso.

Abbiamo davanti agli occhi le immagini delle fiamme che stanno divorando l’Amazzonia, ma l’incendio è solo il più recente di una lunga serie di delitti ambientali perpetrati con sempre maggiore sfrontatezza. Ed è di pochissimi giorni fa il discorso How dare you? di Greta Thunberg al Summit sul clima di New York, appello che ha commosso le Nazioni Unite e il mondo intero, ma che sembra rimanere inascoltato. Intanto, il Parlamento Europeo ha approvato il documento sulla Memoria comune dell’Unione in cui si assimila comunismo e nazifascismo per atrocità e si lascia così intendere che l’unico ordinamento possibile e auspicabile è il capitalismo.

Cosa c’entra?

Secondo Naomi Klein c’entra moltissimo, e ce lo spiega nel suo Il mondo in fiamme – sottotitolo: contro il capitalismo per salvare il clima – (Feltrinelli, 2019), uscito proprio nel pieno del dibattito pubblico sull’emergenza climatica. Si tratta di una raccolta di saggi, reportage e interventi pubblicati nel corso di dieci anni e rivisti per questa edizione, che analizzano le motivazioni alla base del negazionismo climatico ed esplorano le opportunità di trasformazione e i percorsi possibili verso una società più giusta e sostenibile.

La tesi di Klein, reporter e attivista da più di vent’anni, è che non ci si può occupare di emergenza climatica senza pensare di affrontare tutte le emergenze sociali che logorano il presente, e che sono sostanzialmente prodotto di uno sfruttamento insensato di terre, risorse e persone all’unico scopo di arricchire una minima percentuale di abitanti del pianeta (che non accidentalmente sono maschi e bianchi). Il capitalismo è all’origine della crisi che stiamo vivendo ed è per questo che è necessario un approccio intersezionale, che miri a dare una nuova struttura a economia e società così come fece, negli anni Trenta, il New Deal, il piano messo in atto dall’amministrazione Roosvelt per scongiurare la grande depressione e che prevedeva un massiccio intervento statale. Ed è proprio per questo che le destre gridano al complotto socialista.

Due sono i principali pilastri sui quali poggia il negazionismo dei governanti: uno di questi è l’arroganza di pensare che le conseguenze del riscaldamento globale siano trascurabili, dal momento che gli effetti più tragici ricadono sulle fasce di popolazione più deboli e già svantaggiate. Questo è uno dei motivi per cui, ad esempio, sempre più spesso assistiamo a manifestazioni di ecofascismo, la cui risposta è dettata dalla chiusura agli altri: si alzano muri, si chiudono porti, si alimenta l’odio e si cerca in tutti i modi di isolare l’altro e di colpevolizzarlo.

“il vero senso dell’othering è che l’altro non possiede gli stessi diritti, la stessa umanità di chi attua questa distinzione”

L’altro, la consapevolezza che una risposta efficace all’emergenza climatica è possibile solo facendo a pezzi il mito del libero mercato e sovvertendo gli attuali sistemi di potere e ricchezza. “Le vere soluzioni climatiche”, scrive Klein, “sono quelle che ripensano gli interventi statali in modo da decentrare e devolvere sistematicamente potere e controllo a livello comunitario, attraverso rinnovabili controllate dalle comunità, agricoltura ecologica o sistemi di trasporti realmente accessibili per gli utenti”. E in quest’ottica, le soluzioni tecnologiche della geoingegneria o l’aumento dell’efficienza non sono soltanto inutili, ma possono creare maggiori danni: le prime perché non abbiamo di fatto modelli sufficientemente affidabili per comprenderne gli esiti possibili, le seconde per l’effetto di aumentare ulteriormente i consumi già folli.

In questo scenario terribile, la voce di Klein non è tuttavia catastrofista, ma guarda con fiducia ai nascenti movimenti sociali -su tutti, Friday for Future- che si impegnano nella battaglia climatica e alla crescente consapevolezza delle comunità sulla giustizia climatica. “L’ostacolo di gran lunga più grosso che ci si para di fronte”, leggiamo nelle pagine conclusive del volume, “è la disperazione. La sensazione che sia troppo tardi, che abbiamo lasciato correre troppo a lungo, e che non concluderemo mai il lavoro con una scadenza così ravvicinata”.

Klein sviscera con competenza e passione gli aspetti sociali ed economici del Green New Deal con una scrittura chiara e agile anche per i non addetti ai lavori, che frequentemente si aggancia all’attualità e che, nei punti più critici, viene arricchita di annotazioni che chiariscono i termini tecnici o fanno il punto sugli sviluppi dei problemi affrontati. Non mancano ripetizioni e ridondanze, essendo il libro una raccolta di più interventi. E tuttavia, per quanto ne venga fornita un’idea generale, alcuni argomenti avrebbero potuto trovare più spazio perché effettivamente centrali nello sviluppo di un mondo possibile. In particolare, i lavori di cura sono più volte nominati dall’autrice come lavori verdi ma mai sufficientemente approfonditi. Riporto dall’ottimo articolo Ecologia della cura di Tithi Bhattacharya, pubblicato su Jacobinmag.com e tradotto in Italiano su Jacobin Italia N. 4 (autunno 2019):

“Scuole e ospedali, edilizia pubblica e trasporti: tutti questi progetti che alimentano la via e la rendono migliore non sono solo dei mezzi per un futuro ecologicamente sostenibile: sono spazi che ci permettono di immaginare una visione alternativa della ricchezza, sperimentando forme in cui il lavoro umano possa essere impiegato per la produzione di solidarietà, bellezza e mutui piaceri”

Sono spazi, potremmo aggiungere facendo un ulteriore passo avanti, che mettono in discussione le definizioni di dignità e umanità e consentono loro un’estensione più ampia e inclusiva, in grado di superare le disuguaglianze persistenti nei nostri modelli sociali ed economici.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da L’Illustration horticole. Gand, Imprimerie et lithographie de F. et E. Gyselnyck [1854-1896]

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