“È orribile! Non le sofferenze e la morte degli animali sono orribili, bensì il fatto che l’uomo, senza nessuna necessità, fa tacere in sé il sentimento elevato di simpatia e di compassione verso esseri viventi come lui, e diventa crudele, facendo violenza a sé stesso”
Qualche tempo fa mi capitò tra le mani un breve ma intenso saggio di Tolstoj, I mangiatori di carne (l’edizione che ho io è Ortica e contiene anche un altro saggio intitolato La caccia). In questo pamphlet, oltre a parlare dei motivi etici e spirituali alla base dell’astensione dal mangiare carne, a un certo punto Tolstoj descrive una sua visita a un macello.
Quello che mi colpì allora non fu la sanguinarietà delle scene, ma il fatto che tutto seguisse un processo standardizzato, non privo di eccezioni e imprevisti, ma comunque in buona parte assimilabile a una catena di montaggio industriale. E l’impressione era ancora amplificata dal fatto di aver letto alcuni autori contemporanei che criticano gli allevamenti moderni e suggeriscono di ricercare allevatori più sensibili, che producono carne come una volta: quello descritto da Tolstoj sarebbe lo stesso desiderabile e sostenibile “come una volta”…
Questo libretto mi è tornato alla mente proprio nelle scorse settimane, leggendo un romanzo ricco di fascino e disturbante di Laura Pugno, Sirene. Il libro mi ha colpito profondamente, i motivi li spiego nella mia recensione di Sirene su Librinuovi.net. Qui vorrei soffermarmi sul fatto che, molto più di racconti cruenti sulla macellazione o di video raccapriccianti sui pulcini delle galline ovaiole, o ancora di reportage sulle cavalle che vengono fatte abortire per estrarre l’ormone Pmsg (e questo elenco potrebbe andare avanti quasi all’infinito, ma mi fermo perché non è questo il punto. Tuttavia, pensare alla quantità di questi contenuti mi sconvolge e in qualche modo mi rattrista, perché mi chiedo cosa manchi, com’è possibile che queste documentazioni siano insufficienti), un racconto di invenzione abbia una potenza tale da riuscire a penetrare gli strati di sensibilità più epidermici e produrre una ferita acuta e brucente, che non può essere ignorata perché non è più possibile volgere lo sguardo altrove rispetto al dolore pulsante.
C’è questa cosa che la narrativa fa, e io credo che in particolare la fantascienza abbia questo enorme potere: di mostrare le cose per quello che sono. E insisto sulla fantascienza, e mi si perdoni se mi ripeto, perché per raccontare mondi altri, costringe a osservare bene il presente e discernere in maniera lucida meccanismi e relazioni che lo caratterizzano, isolandoli e problematizzandoli, analizzando le forme assunte dai rapporti di forza e ragionando sulle connessioni causa-conseguenza, sugli effetti a diversa scala.
E Sirene non solo è un ottimo esempio di come tutto questo funzioni, ma aggiunge un elemento perturbante che costringe chi legge a esitare continuamente sull’interpretazione di ciò che sta leggendo (quello che nella recensione ho chiamato “oscillazioni”). Ha una portata che va molto al di là delle sue 134, asciuttissime, pagine.
Un romanzo seducente, quasi ipnotico e, credo di poterlo mettere per iscritto, indimenticabile.
L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da Our living world, vol.1. New York, S. Hess [1885]