Scarabei, cani, persone

Eighteen century painting of fork-headed beatle

Ho una cagnetta a cui voglio molto bene. Vive in casa con noi da poco meno di cinque anni e si chiama Nocciola. Ho scritto che le voglio bene, ma in realtà in questi anni mi sono interrogata spesso sui sentimenti che mi legano a lei e sul loro senso.

Mi infastidiscono molto quelli che parlano del cane o del gatto di famiglia come di una persona, di un figlio addirittura. E però in qualche modo li giustifico, perché mi sembra che il vocabolario sia insufficiente nel dare conto di un’amicizia interspecie.
Anche questa parola, amicizia, mi pare sia solo un’approssimazione e non riesca a descrivere con precisione la relazione che lega due esseri che per natura si accettono e si prendono cura l’uno dell’altro senza tuttavia capirsi pienamente. Il linguaggio che io e Nocciola condividiamo non è una lingua né canina né umana, ma un ibrido costruito sul malinteso.

Quando mi sono trovata a scrivere de Lo scarabeo nel formicaio per Carmilla online, sebbene i temi del romanzo siano le opposizioni sicurezza/libertà, comunità/individuo, contaminazione/immunità, mi è venuto naturale posare lo sguardo sul motivo della comprensione tra specie diverse, che ricorre nel testo perché è grazie a esso che gli autori Arkadij e Boris Strugackij mettono in scena questi temi.

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da
Naturalist’s miscellany, vol. 3. London, G. Shaw [1802]

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