Invito
Dall 24 ottobre alle 17.30 condurrò in Biblioteca Civica Alessandro Passerin d’Entrèves il primo incontro del gruppo di lettura
Narratrici Fantastiche
Leggeremo Il raccontro dell’Ancella di Margaret Atwood (7 e 21 novembre) e proseguiremo con i racconti di Shirley Jackson La Lotteria e La ragazza scomparsa (5 e 19 dicembre).
Gli incontri si terranno ogni due settimane, il giovedì dalle 17.30 alle 19.00.
La partecipazione è gratuita e aperta a tutti.
L’immagine proviene da Wikipedia
Secondo piano
Un condominio, due vicini che litigano e una coppia che fa finta di non sentirli urlare.
Nel mio racconto Secondo Piano, in vetrina sul sito di Minuti Contati, l’epilogo resta sospeso nel silenzio che riempie la tromba delle scale.
L’immagine che illustra l’articolo è tratta da Universal dictionary of arts, sciences, and literature. London, J. Adlard et al.[1810-1829]
Utopia climatica #1
Avviare delle politiche di giustizia climatica entro il 2030, ovvero entro i prossimi 11 anni: il tempo massimo per intervenire a limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1.5 gradi secondo il rapporto IPCC pubblicato a ottobre 2018. Questo è il piano che i democratici americani, con la spinta della giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez, hanno presentato al Congresso come Green New Deal: un piano ambizioso, che modificherebbe in maniera radicale il paradigma liberista e che pertanto è stato tacciato di ecosocialismo o ambientalismo rosso.
Continua a leggere “Utopia climatica #1”Ancora sui padri
La voliera
Quando eravamo bambini, all’uscita della scuola mio padre passava dal forno per prendere il pane e ci comprava un sacchetto di brioscine con la giggiulena. Ce n’erano otto in ogni busta, tonde e panciute come quelle dei gelatai oppure affusolate come dei piccoli panini. Lui prendeva quelle lunghe, per farcirle, ma a me piacevano semplici, senza niente sopra se non il profumo della giggiulena tostata. Apriva la busta mentre eravamo ancora in macchina e io annusavo dentro, poi ne prendevamo una ciascuno da mangiare prima di arrivare a casa, mentre erano ancora un po’ tiepide. Quando poi finivano, nella busta rimanevano tutti i semini che si erano staccati dalla superficie delle brioscine. Allora mio padre passava una mano sulla plastica in modo che la busta diventasse liscia liscia e i semi si raccogliessero tutti in un angolo. Poi tirava su una punta del sacchetto con due dita e lasciava che una fila di semini cadesse giù lungo la giuntura e finisse nel cavo della sua mano. Infine, andavamo sul balcone, lui apriva il pugno chiuso alzando il mignolo e lasciava scivolare i semini sull’angolo della ringhiera di ferro, formando una collinetta di mangime per i passerotti che si trovavano a volare lì vicino. Questa operazione aveva luogo più o meno due volte a settimana, e ogni volta io restavo incantata da quel gesto delicato che prendeva forma dalle mani grosse e scure di mio padre, mi sembrava una magia antica che quel gigante si prendesse cura di creature così innocenti come i passerotti.
Mio padre si sta accorciando. Credo sia per l’età, gli anni si posano sulle sue spalle e poco a poco lo schiacciano con il loro peso. Rimpicciolendosi, diventa anche lui innocente e bisognoso di cure. Solo le sue mani restano sempre grandi e scure.
L’ultima volta che sono andata a trovarlo, aveva montato sulla terrazza una voliera. Una gabbia enorme, con le sbarre di ferro, sgraziate, e il fondo coperto di carta da fruttivendoli. Alla base, aveva montato delle piccole ruote per portarla al riparo nelle giornate troppo fredde e ventose. Appollaiati su un grosso ramo ancora fresco per la recente potatura, la voliera ospitava tre canarini, due gialli e uno arancio vivo come corallo. Il concerto di cinguettii mi ha riportata a quando passavano le domeniche da mia nonna, che sempre aveva in casa canarini, oltre ad animali di ogni genere e stazza, abbandonati sulla strada al limitare della campagna, ai quali dava riparo per pietà. I gorgheggi squillanti mi diedero conferma di un fatto che mi sembrava sempre più chiaro: mio padre, invecchiando, si faceva sempre più simile a sua madre, sia nei modi di fare e di dire, nelle espressioni del viso e ora anche nella mania dei canarini. Sceglieva come cibo per loro le verdure in base al colore, per rendere i piumaggi più brillanti e io ho pensato, con rancore e anche invidia, che queste cure che aveva per gli uccellini, non le aveva avute per noi.
Qualche tempo fa ho sentito mio padre al telefono. La sua voce era più bassa, rauca, come una macchia di umidità sul soffitto, che diventa più scura dopo una nottata di pioggia. Uno dei canarini era morto e un altro stava sul suo ramo di limone torvo e gonfio. Immobile e senza una zampa.
La mattina dopo ho ricevuto la telefonata di mia madre. I canarini erano morti tutti e tre, probabilmente un falchetto, di quelli che vedevamo ogni tanto aggirarsi sul giardino di fronte casa, aveva infilato il becco tra le sbarre della gabbia e fatto razzia. La testa del canarino corallo era precipitata sul pavimento della terrazza, rotolando fin sotto la porta della lavanderia, mentre il suo corpo decapitato giaceva esanime sul fondo di carta della gabbia, in mezzo al sangue e al guano, tra le bucce del becchime. La scena era raccapricciante, ma in mio padre il disgusto era impastato di tristezza e incredulità, e mentre mia madre mi raccontava i dettagli, io ho pensato che tutto questo lo avrebbe fatto accorciare, prosciugato dall’interno come una pesca dimenticata per troppi giorni dentro una fruttiera. A quest’ora, doveva essere diventato più basso di me, e mi sono chiesta cosa avrei provato nell’incontrarlo e constatare di aver perso il momento in cui i nostri occhi si sarebbero trovati alla stessa identica altezza. Avrei dovuto prendere atto dello scambio di ruoli senza che ci fosse stato un passaggio di testimone, un punto esatto all’intersezione tra le curve della sua e della mia vita.
Pochi mesi fa ho preso una breve pausa primaverile dal lavoro e sono andata a trovare i miei genitori per qualche giorno. In un angolo della terrazza c’è ancora la voliera, a prendere ruggine e scirocco, di fianco alla cassettiera con gli attrezzi da giardinaggio. Mio padre si è accorciato, ma non così tanto da dover guardarmi dal basso in su. Ancora un paio di centimetri ci separano dall’essere allineati. Con la mano, sempre grande e sempre scura, mi ha indicato il vaso dove cresce il ciliegio, un alberello che in vita sua ha prodotto soltanto fiori, dolcissimi e sterili. Mi sono avvicinata a guardare meglio. Ai piedi dell’alberello spuntavano un ciuffo di carote e una piantina di sedano. «Li ho visti la settimana scorsa, ho aspettato che arrivassi tu per raccoglierli. Li mangi?»
Probabilmente, il vento aveva soffiato via quei semini dalla mangiatoia nella voliera, e li aveva lasciati cadere in mezzo alla terra.
Ho fatto di sì con la testa.
Con le mani grandi e scure, mio padre ha scostato un poco la terra e ha raccolto le verdure, tirandole su piano piano, in modo che non si strappassero. Le ha sciacquate sotto l’acqua corrente, accarezzandole con il dito per pulirle bene e me le ha affettate in una ciotolina di vetro, cospargendole sale, olio e semi di giggiulena tostata.
L’immagine che illustra il racconto è tratta da The British warblers. London,R.H. Porter et al.[1907-1914]