Sulla voce che narra Empusium

La visuale è offuscata dagli sbuffi della locomotiva a vapore che si srotolano sulla piattaforma. Per vedere tutto bisogna affacciarsi da sotto, lasciarsi accecare un istante dalla nebbia grigia fino a che lo sguardo che affiora da questo tentativo non diventi aguzzo, penetrante e onniveggente.
E allora scorgeremo le lastre della piattaforma, quadrati invasi da steli di gracili pianticelle, uno spazio che vuole a tutti i costi mantenere ordine e simmetria.

Inizia così Empusium, il romanzo di Olga Tokarczuk che stiamo leggendo quest’anno con il gruppo Tracce d’inchiostro della Libreria Nisa.
Vorrei soffermarmi un momento su quest’incipit, che suggerisce da subito molti aspetti che accompagnano sottilmente tutto il testo per disvelarsi per intero negli ultimi capitoli.

Solo in apparenza è un inizio “ambientale”: in realtà questa pagina ci presenta il protagonista del romanzo, Mieczysław Wojnicz ma, soprattutto ci mette nel punto di vista che lo osserva, uno sguardo dal basso che è obliquo e plurale, collettivo.

Chi si approccia alla prima lettura di Empusium non lo sa ancora, ma può cominciare a intuirlo: la storia che segue va guardata di traverso, di scorcio, come si guarda, ad esempio, il dipinto Gli Ambasciatori. Tuttavia, mentre per accedere al mistero del quadro di Hans Holbein l’opera va osservata in due momenti diversi, cioè prima di fronte e poi di lato, l’economia espressiva di Tokarczuk crea da subito un contrappunto aggiungendo una dimensione verticale all’orizzontalità della storia che si svolge nell’intorno della casa di cura. Queste due dimensioni si presentano così simultaneamente, nota contro nota (punctus contra punctum).

L’autrice ci offre dalle prime righe del volume la sua chiave di lettura proprio attraverso la voce narrante. Ed è una voce profondamente ironica, che rimette in proporzione l’ego smisurato dei personaggi maschili e i loro discorsi filosofici.

Li guardiamo come sempre dal basso, dal di sotto; li vediamo simili a possenti colonne con in cima una piccola sporgenza parlante: la testa.

Poche righe più avanti, è sempre questa voce a rimodulare la presenza dei personaggi nel mondo: non sono “ospiti” come essi credono di essere e come sono definiti dagli altri uomini nella linea principale del racconto: sono “intrusi”.

Ma chi è questo Noi che narra la storia? Non conosco il polacco, ma leggo in rete che nella lingua originale questo Noi ha una connotazione di genere, forse potremmo pensarlo come un “noi altre”. È un’entità umile, nel senso etimologico della parola: sta nell’humus, è fatta di terra e di micelio.
Ed è proprio partendo da una prospettiva umile che va letto questo seducente romanzo.

Concludo con una minuscola nota di Arnold Schönberg sulla composizione, che ha molto a che fare con il contrappunto e che suggerisce una postura per usare i mezzi espressivi che trovo molto interessante e utile per chi scrive.

L’unica ragione e l’unico principio che governa il moto indipendente delle parti sta solo nell’impulso interno dei temi e dei motivi, e non nel piacere degli abbellimenti e gli ornamenti a buon mercato.

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da
Rapport présenté à la Chambre de commerce de Lyon par la Commission administrative.
Lyon, Laboratoire d’Etudes de la Soie [1885]