La prima volta che ho letto il Maestro e Margherita, uno dei primi russi tra l’altro che mi sono capitati tra le mani, ma credo il primo russo che non ho comprato ai remainders di via Libertà, dicevo che la prima volta che ho letto il Maestro e Margherita non ho capito nulla. O forse ho capito molto poco.
E però, questa mia incomprensione, diversamente da quello che poteva capitare con un altro testo, è stata piacevole. Una sorta di giro frastornato sulle montagne russe (piccolo inciso: molto meglio delle montagne russe, sono stata per la prima volta a Gardaland qualche mese fa e sono salita su una giostra che si chiama blue tornado: mai più mai più mai più). Ecco, il Maestro e Margherita, anziché farmi dire mai più, ha qualcosa che mi ha lasciata sì frastornata, ma con la voglia di rileggerlo.
Ho cercato di pensare alle altre cose che non capisco, e mi è venuta in mente la musica, quella nordica, norvegese, finlandese. Suoni che non capisco, parole che non mi dicono nulla di sensato, una lingua che non conosco e che non provo neanche a interpretare. Eppure i suoni delle parole, il modo in cui si articola la voce, le consonanti, le vocali chiuse, che fanno pensare al buio dell’inverno boreale, così chiuso e intimo, diventano nuovi strumenti di un’orchestra. Sono note che parlano a un livello profondo, e a volte mi lasciano sgomenta per la loro crudezza, altre volte le sento lontanissime, come avvolte nella nebbia o nel mare, quando da lontano le onde non si distinguono, ma sembra tutto una linea blu che avvolge il mondo. Suoni che vanno a toccare il sentire, non il capire.
Oggi sono arrivata ad alcune riletture del romanzo, l’ho dissezionato e ricomposto, e posso dire di esser certa che Bulgakov abbia voluto che la prima lettura lasciasse frastornati: del resto, è proprio perché non sono nel pieno delle facoltà logiche e intellettuali che Pilato, avvolto in uno stato di emicrania, e Ivan, delirante nella clinica del dottor Stravinskij, possono accedere alla verità, cioè a quel qualcosa che aleggia al di sopra della realtà. E mi dico che forse, alcune volte, sarebbe bello ricordarsi che è il non capire che può lasciare spazio all’intuizione, a sentire le cose in un modo diverso.
L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da Histoire naturelle des singes et des makis, Paris, J.B. Audebert [1797]