Stella stellina, la notte si avvicina

Leggendo La notte si avvicina, crudele e bellissimo, ho pensato molto a Buzzati e in particolare al racconto Una cosa che comincia per Elle, con quel senso opprimente di fatalità e di condanna che si accresce e incombe fino a sopraffare chi legge. Caccia all’untore come caccia alle streghe e, in senso più ampio, caccia al mostro.

Ma ho pensato anche al bellissimo Bestiario di Italia di Gabriele Pino, che sono tornata a sfogliare in questi giorni riempiendomi di meraviglia.

La recensione libro di Loredana Lipperini su Librinuovi.net

L’immagine che accompagna questo articolo è tratta da Illustrations of Indian zoology. London, Treuttel et al. [1835]

Tu che mi guardi, tu che mi racconti

Karen Blixen racconta una storia che le raccontavano da bambina. Un uomo, che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.

Il protagonista del racconto di Karen Blixen ha una fortuna non comune, poiché riesce, dopo la nottata trascorsa a risistemare gli argini dello stagno, a vedere dall’alto, con i propri occhi, la cicogna che egli stesso ha disegnato camminando e scivolando nel fango.

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Stare

Dizionario De Mauro online:

1. di qcn., restare in un luogo senza muoversi o allontanarsi; trovarsi in un dato ambiente, luogo o situazione
2. con valore copulativo, essere in una determinata condizione, spec. seguito da determinazioni che specificano un atteggiamento, un’espressione, una posizione del corpo | spec. con riferimento alle sensazioni prodotte nel soggetto da una situazione, da una posizione determinata | tenersi, rimanere

Stare è ciò che si realizza nello yoga: si prende una posizione e si sta. È una pratica che richiede disciplina e insieme abbandono, un fare e un non fare nello stesso tempo. È anche ciò che a volte serve per esser pronti a compiere una scelta o iniziare un progetto.

Stare è ciò che alcune situazioni particolari richiedono: una quarantena, certo, ma non solo. Un lutto. Un abbandono. Il tempo va avanti e si ferma nello stesso momento, e bisogna accettare.

«Ma poi entri in cucina e c’è la torta, ancora cruda, sul tavolo di legno, la metà della superficie già punzecchiata con la forchetta, l’altra ancora liscia, mamma con la forchetta sospesa per aria, la forchetta immobile, lei imbambolata, e allora capisci che a casa saremo sempre quasi sei.»

Laja Jufresa racconta tutto questo mentre parla di qualcos’altro nello splendido Umami: un romanzo di donne che possono essere soltanto o madri o figlie, e portano il peso dell’incompletezza di questo rapporto. Ma anche un romanzo di vicinanza, di condivisione e di intimità.

La mia recensione di Umami si trova su LN-LibriNuovi.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da Icones of Japanese algae. Tokyo,Kazamashobo[1907-1942]

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